mercoledì 27 maggio 2015

Sestri Levante : Chiesa di San Nicolò, dove si incontra la Quadriformità di Dio ( Carlo Lamberti )

Sestri levante, gioiello incantevole della Liguria, splendida visione naturale, racchiude, fra i suoi tesori, la bella ed antica chiesa di San Nicolò dell' Isola

Come citeremo più sotto, l' articolo scritto dal profondo studioso di medioevalistica, il torinese Ezio Albrile, merita di essere letto dai sestresi  

Carlo lamberti , maggio 2015






Foto personali di Carlo Lamberti








Ecco, qua sotto, l' articolo di Ezio Albrile, con il permesso accordatomi dall' autore :



La quadriformità di Dio
Il radicarsi del verbo cristiano trascinò con sé conseguenze cosmologiche, la croce, luogo del supplizio, fondò e ripartì l’ordine delle cose in una divina quaternità, una struttura quaternaria che il magister neoplatonico Giovanni Scoto Eriugena, il grande filosofo della cristianità medievale, captò forse da quel fantastico ed esoterico compendio di arti liberali che era il De nuptis Philologiae et Mercurii di  Marziano Capella il cui sincretismo recò al pensiero intellettuale del IX secolo le chiavi di accesso ai tesori perduti della tarda antichità; un testo epocale, troppo spesso liquidato come un centone di erudizione teurgico-neoplatonica, ma che al contrario rappresentò un prezioso mysticarum doctrinarum thesaurus impenetrabilis.
Motivo trainante del libro II di quest’opera al crocevia tra filosofia e magia, sono le ordalie cui deve sottoporsi Philologia prima dello hieros gamos con Mercurio. Tra queste c’è un misterioso rito simbolico che prevede una sorta di catarsi «erudita»: Philologia deve infatti vomitare una serie quasi infinita di libri e di volumi, stigma della liberazione dalla farragine delle scienze umane e dell’erudizione libresca. Al termine di questo singolare rito purificatorio, ella si sente talmente stremata e pallida per lo sfinimento, che non può far altro che invocare l’aiuto di Athanasia/Immortalità.
La gloriosa e splendida protettrice di tutti gli dèi e dell’universo, cioè Athanasia, prende dalla madre Apotheosi per recarla a Philologia, una globosam animatamque rotunditatem, un «oggetto rotondo, sferico e vivo», un uovo che contiene i quattro elementi della physisclassica, così come enunciati nel Timeo platonico, cioè il Fuoco (exterius rutilabat, «rossastro all’esterno»), l’Aria (hac dehinc perlucida inanitate, «vuoto diafano»), l’Acqua (albidoque humore, «liquido bianchiccio»), la Terra (interiore tamen medio solidior apparebat, «appariva più consistente nel punto centrale»). Così in una stessa e unica proposizione Marziano Capella non solo trasferisce al mondo medievale la dottrina dei quattro elementi, ma si riallaccia ad una tradizione filosofico-esoterica le cui vestigia più significative si ritrovano, oltreché nelle glosse dei neoplatonici, negli scritti degli alchimisti greci e in testi orfici quali la Teogonia di Ieronimo ed Ellanico o le Rapsodie orfiche. l’Uovo non è solo un’immagine in miniatura del  kosmos bensì una animatam rotunditatem, cioè un mondo animato, vivente, una sorta di microcosmo in cui ogni singola parte corrisponde agli elementi del tutto. È l’«Uno in Tutto» sovente evocato nei papiri e nelle formule magiche: al centro troviamo la terra, mentre attorno stanno le acque celesti, che gli alchimisti greci identificano con l’Oceano cosmico, poi l’aria ed infine il fuoco celeste che avvolge il mondo in una sfera rubrescente, fiammeggiante (rutilabat).
Gli spazi del levante ligure conservano nella loro iridescente vastità infiniti tesori dell’arte romanica. Due di essi collimano con il nostro argomento: la chiesa di San Nicolò dell’Isola a Sestri Levante e quella di San Lorenzo a Portovenere.
In un panorana idillico, straniante, ma inurbato da mandrie di scolaresche e obese vacanziere teutoni, ammiriamo lo splendore di Portovenere e della chiesa di San Lorenzo, il santo graticolato. Consacrata nel 1130 da papa Innocenzo II, dell’impianto originario la chiesa conserva oggi solo frammentari elementi. Tra questi, il timpano del portale laterale sinistro è un enigmatico rilievo geometrico che ha come soggetto il quadrivium. Tre cerchi concentrici, suddivisi in quattro settori, sono attorniati da altri quattro cerchi più piccoli collocati ai punti cardinali. Una chiara indicazione della tetrapartizione del cosmo, che sulla base di precise corrispondenze cicliche si rifà al più antico simbolismo zodiacale, cioè al ricorrere del «Grande anno», il ciclo di dodicimila anni  in cui si dovrebbe compiere la cosiddetta «precessione degli equinozi». È possibile infatti suddividere il «Grande anno» in quattro partidi 3.000 anni ciascuna e trasformarlo in un immenso Zodiaco ciclico: sono le cosiddettetriplicitates, la ripartizione dello Zodiaco in quattro gruppi di tre costellazioni ciascuna, rispettivamente associate ai quattro elementi di base della creazione. È la teoria delle Grandi Congiunzioni, introdotta probabilmente dagli astrologi sasanidi.
Più plastica è la figurazione proveniente da San Nicolò dell’Isola, una chiesetta romanica sopravvissuta alla barbarie barocca. Proteso fra due rade tanto incantevoli quanto propizie, il golfo del Tigullio e il golfo del Silenzio, il promontorio dell’Isola a Sestri Levante si dispone fra i «due mari», quasi un confine spirituale fra il mondo dell’anima e le carnalità maldestramente esibite sul bagnasciuga. La chiesetta ha subito diversi rimaneggiamenti a partire da quelli seguiti all’incursione veneziana e fiorentina del 1432. Forse in origine l’edificio era privo di portale in facciata. È possibile che un ingresso di tutto rilievo fosse quello a nord, sul fianco sinistro – il primo che s’incontra salendo dal borgo – dov’è stato reimpiegato nel timpano, un notevole frammento di pluteo risalente all’VIII secolo. In esso emerge l’idea di un Dio arcaico, tetramorfo. Si sa che il tetramorfismo è un tratto fondante del credo ebraico e poi cristiano. Un Dio ibrido di leone, toro, uomo e aquila, appare ad Ezechiele (Ez. 1, 14-15), qualcosa di simile vede anche l’evangelista Giovanni a Patmos; sono i quattro viventi di Apocalisse 4, 6-7, simboli degli Evangelisti. Entrambe le visioni sono l’esito di probabili esperienze enteogene entro le quali il divino è percepito in fattezze zoo-antropomorfiche, qualcosa di simile agli spiriti che guidano i viaggi estatici degli sciamani.
Ma è anche un modo per esprimere la femminiltà di Dio: così nei testi gnostici, la parte femminile del Dio inconoscibile è chiamata Barbelo, un nome legato all’ebraico barb‛ el«Dio in quattro»; un’altra ipotesi etimologica, pur partendo da un toponimo, giunge a conclusioni analoghe: essa presuppone che il nome Barbelo sia composto dalla preposizione semitica b + il nome di luogo (= Arbela), relativo alla dea Ištar e al culto tributatogli nella città di Arbela. Secondo alcuni infatti, il nome Arbela potrebbe derivare dall’accadico ’arba ’ilu, i «quattro dèi».
Nell’insegnamento di Mani, il fondatore della «religione della luce» la religione gnostica iranica, Dio possiede simultaneamente quattro volti. Una formula di abiura in greco (PG 1, 1401) descrive il Dio manicheo nelle fattezze del «quadriforme Padre della Grandezza» (ton tetraprosōpon patera tou megethous). Questa concezione dell’essere supremo come divinità quadriforme è intimamente legata all’idea iranica dell’infinità di Dio manifestata attraverso il Tempo (Zurwān), la Luce (rōšn), la Forza (zōr) e la Bontà (wehīh). Il Tempo Zurwān (< avestico Zrvan) è una delle figure concettuali e divine più rilevanti della religiosità iranica, frammenti di una sua mitologia affiorano sin dai testi più antichi, logica conseguenza dell’incontro tra zoroastrismo e cultura babilonese. Nell’idea zurvanita del «Grande Anno» si ritrova infatti il legame con il ciclo zodiacale stabilito nel tempo limitato di 12.000 anni (suddiviso in quattro periodi di 3.000 anni), le triplicitates di cui s’è parlato.
Affine è la cosmicizzazione dello spazio figurata in Brahmā, primo elemento con Visnu e Śiva, della triade suprema (Trimurti) secondo la religiosità induista. Brahmā manifesta i mondi (sanscrito loka) racchiusi nell’universo, contemplandoli con il suo ottuplice sguardo, orientato secondo i punti cardinali; li «irrradia» con i suoi quattro volti, assiso al centro su diun fiore di loto che è sia il tuorlo dell’Uovo cosmico, sial’ombelico di ciascun mondo. Ad una medesima area di influenza indo-iranica si ha la rappresentazione di Svantevit, divinità suprema degli Slavi, così come raccontato da Saxo Grammatico: la sua statua quadricefala  con la barba e le chiome rasate, era custodita nel tempio ligneo al centro di Arkona  sull’isoladi Rügen ( Mecklenburg- Pomerania occidentale).
Non è difficile scorgere in queste rappresentazioni la parcellizzazione dello spazio astrale nei suoi elementi cardinali, secondo un modello tipicamente iranico. Nella più antica cosmografia zoroastriana, i Dodici Segni dello Zodiaco e le altre stelle e costellazioni sono schierati per contrastare l’attacco demonico dei Pianeti. Quattro astri custodiscono i quadranti della volta celeste agli ordini della Stella Polare (Bundahišn 5, 4), secondo questo schema:
Nord = Haftōring (Ursa Major)
Est = Tištar (a Canis majoris, Sirio)
Centro del cielo = Mēx ī Gāh (Polaris)
Sud = Sadwēs (α Piscis Austrini, Fomalhaut)
Ovest = Wanand (Vega)
Invisibili lacci legano le sette terre, i sette kišwar in cui è suddiviso il mondo, alle stelle dell’Orsa maggiore, a Nord (Bundahišn 2, 7), lì dove si trova il foro, il passaggio attraverso il quale Ahriman è penetrato nella creazione, contaminandola. Questo salto dimensionale si è compiuto agli albori del settimo millennio, il millennio in cui si è concretizzato l’abominevole gumēzišn, il «miscuglio» fra tenebra e luce. La funzione di Haftōring è quelladi contrastare l’attacco ahrimanico, regolando il moto delle 12 stazioni zodiacali (Mēnōg ī xrad 49, 15-21) e trattenendo sulla soglia dell’inferno le 99.999 creazioni diaboliche con l’aiuto di un egual numero di Frawahrān (< avestico Fravaši), le angeliche custodi dell’umanità. L’azione è rivolta contro il pianeta Giove (= Ohrmazd; Bundahišn 5, 4); oppure contro il pianeta Marte (= Wahrām), come leggiamo nel Škand-gumānīg Wizār (4, 32-33).
Nel timpano di San Nicolò a Sestri Levante, le croci cristiane sembrano effigiare motivi astrali, quali astri cristologici posti a difesa dell’ecumene stellare. La terra celeste è divisa in quattro regni, riflesso di una scomposizione avvenuta in un tempo anteriore. Iranismi noti al mondo medievale, se pensiamo ad esempio al Liber Aristotilis, un compendio astrologico composto da Ugo di Santalla nel XII secolo. Nel testo è raccolto un testo cosmologico in pahlavi (la lingua dei testi zoroastriani) tradotto in arabo da Māšā’Allāh (Bassora 740-815 ca.); esso non solo conserva il lessico iranico nei nomi di alcune stelle, ma ne precisa l’identità astronomica. La stella Sanduol di cui leggiamo nel libro III è la resa latina diun’imprecisa trascrizione araba del pahlavi Sadwēs, a sua volta derivato dall’avesticoSatavaēsa- (< medo *Satavaisa-) cioè α Piscis Austrini = Fomalhaut, l’astro posto a tutela del quadrante Sud del cosmogramma zoroastriano.
Nella singolare figurazione di San Nicolò dell’Isola e di altre analoghe tratte dall’arte romanica rivive l’arcana guerra astrale fra Costellazioni (ahuriche) e Pianeti (ahrimanici). A Nord, presso Haftōring (Ursa Major), si trova l’Inferno, l’orifizio attraverso cui le armate diAhriman sono dilagate nel nostro mondo. Si tratta di un immagine efficace per spiegare le origini del male e localizzare le soglie degli inferi.
Una metafora perfezionata nel cristianesimo secondo i parametri dell’immortalità astrale: lo Zodiaco è la via percorsa dalle Anime e i quattro angeli del mondo (Michele, Rafaele, Gabriele, Uriele) ne vegliano la traslazione in Dio. L’anima, soffio impalpabile, si muove nel cosmo sospinta dai venti: il vento delle anime serrate nell’avvicendarsi delle morti e delle nascite, e il vento della salvezza. La tetramorfia angelica esprime in ambito cristiano una medesima cosmicizzazione dello spazio: la terra astrale è nelle concezioni iraniche una delle tappe nel conseguimento del Paradiso luminoso. Presso l’Orsa Maggiore sta l’inganno infero e le Costellazioni proteggono le quattro regioni dal tracimare di tale nefanda forza. Si riproducono quindi nella volta celeste i territori frequentati dall’anima nell’aldilà. Nei manufatti romanici di San Nicolò e di San Lorenzo rivivono quindi queste fascinazioni levantine, oggi smarrite in un territorio tracimante bellezze d’arte e un popolo satollo di tette e culi. Un dilemma tutto italiano che oggi sembra felicemente risolto da una politica culturale fatta di suadenti parole e celebrazioni del nulla.

Visualizzazione di San Nicolò dell'isola lunetta13.JPG



Visualizzazione di San Lorenzo portale7.JPG








sabato 23 maggio 2015

Le " Panchine dell' Angelo " a Sestri Levante (Baia del Silenzio) (Baia dei Cappuccini) di Carlo Lamberti - Spartito Angelo custode (Mocker)

A Sestri Levante, stupenda perla della Liguria, sulla famosa Baia del Silenzio, oltre il Santuario dei Cappuccini, vi sono due panchine, dove ci si siede spesso, per godersi lo splendido panorama 

Di lassù, si ammira tutta quella incantevole insenatura e il promontorio con l' ex Convento dell' Annunziata

Un domani, se fosse per me, le chiamerei "Panchine dell' Angelo"

Questo appellativo, se lo meriterebbero, perchè da quel posto, si ammira un tale Paradiso di bellezza naturale unico al mondo...

Chissà, forse, in un tempo futuro, potrebbero prendere questa denominazione...

In tale luogo si siedono persone di varia estrazione e paesi in tutti i sensi e, l' espressione unanimamente percepita e condivisa è : " E' un vero Paradiso ", sublime ed incantevole...

Là in alto, tutto pare luce, atmosfera meravigliosa e, sembra quasi di divenire artisti, pittori o musicisti, tanta è la suggestione che ci rapisce, l' amenità che ci contagia...

Chissà che un giorno lontano, si vada a sedere veramente un Angelo, o, forse, ci sia già stato...

Carlo Lamberti, maggio 2015

Immagine in linea con il testo

Immagine in linea con il testo



Fotografia scattate con telefonino LG da Carlo Lamberti




L'angelo custode, musica di A.Mocker

Spsrtito della collezione privata Carlo Lamberti












giovedì 18 dicembre 2014

ELGAR, DELIUS e HOLST : Tre grandi compositori inglesi a 80 anni dalla scomparsa (Carlo Lamberti)

Il 1934, segna la scomparsa di tre compositori inglesi, famosi per le loro raffinate musiche :

Edward Elgar, Frederick Delius e Gustav Holst

Il primo, famosissimo per le sue Pomp and Circustance e per grandiosi e bellissimi oratori

Delius per i suoi originali pezzi orchestrali e Holst per la sua bellissima e avveniristica suite The Planets

Carlo Lamberti



Dalla collezione musica e spartiti Carlo lamberti








domenica 14 dicembre 2014

FERRUCCIO BUSONI nel 90° anniversario della scomparsa (Carlo Lamberti) anche dalla Svezia

Il nome di Ferruccio Busoni è un arricchimento musicale che acquista sempre più importanza col trascorrere del tempo

In questo 2014 ricorre il 90° della sua scomparsa e, dalla collezione musicale di Carlo Lamberti, ne ricordiamo la figura con due pubblicazioni ( una svedese ) e, l'altra, dalle tante pagine scritte nel libro di Fleischer (La musica contemporanea)


Questo grande musicologo, parla di Busoni in modo elettivo da pag 102 a 111, confrontandolo anche con Schönberg in una bellissima dissertazione












Dalla collezione musicale Carlo Lamberti

da Youtube



venerdì 28 novembre 2014

GABRIEL FAURè nel 90 ° anniversario della scomparsa, rarità in collezione Carlo Lamberti

Ancor oggi, a novanta anni dalla scomparsa di Gabriel Fauré ci si domanda quale ispirazione divina lo raggiunse per la composizione del suo angelico Requiem

Le note sublimi che ci fanno assaporare la bellezza paradisiaca del "Pie Jesu" e di "in Paradisum" sembrano venire dall' Empireo Celeste

Probabilmente la luce di Dio lo deve aver guidato in quella incantevole composizione che oggi tutto il mondo celebra e ricorda come una delle più elevate musiche ascendenti alla suprema gioia dell' eternità guadagnata...

Abbiamo ritrovato, in quella collezione di spartiti Lamberti, una vera perla : uno spartito dedicato a Faurè  da  compositori  quali :
Ravel, Enesco, Aubert, Schmitt, Koechlin, Ladmirault e Roger - Ducasse
in data 1922





Dalla collezione musicale Carlo Lamberti







mercoledì 26 novembre 2014

VITTORIO GNECCHI ( 60° della scomparsa)( Il compositore della Cassandra, plagio con l' Elettra e Tebaldini ) rarità in collezione Carlo Lamberti

Nella collezione musicale di Carlo Lamberti abbiamo preso in considerazione la prima edizione dell' opera lirica Cassandra, stampata dalla Ricordi con invio autografo dell' autore, Vittorio Gnecchi, nella data della "Prima", 5 dicembre 1905

Quella sera fu diretta da Arturo Toscanini a Bologna al teatro Comunale

La storia di quest' opera, impegnò polemiche per tutta la vita del Gnecchi, di cui, quest' anno ricorre il sessantesimo anniversario dalla morte, avvenuta nel 1954







Dalla collezione Carlo Lamberti

GNECCHI RUSCONE, Vittorio. - Nacque a Milano il 17 luglio 1876 da Francesco, insigne numismatico, e da Isabella Bozzotti. Discendente da una famiglia agiata, compì studi classici e si laureò in giurisprudenza, malgrado il suo unico interesse fosse la musica. Coltivò fin dall'adolescenza la vocazione musicale studiando contrappunto con M. Saladino e composizione con G. Coronaro; altri suoi insegnanti furono C. Gatti e T. Serafin, con il quale lo G. intrattenne anche un rapporto di amicizia. Il 7 ott. 1896 venne rappresentata la sua prima opera, Virtù d'amore, nella cinquecentesca villa paterna nei pressi di Como (Verderio di Brianza), sotto la sua attenta direzione.
Il teatrino privato fu ricavato da una vecchia tinaia, debitamente ristrutturata e fornita di quanto necessario alla rappresentazione, compresa la luce elettrica, portata proprio per l'occasione a villa Gnecchi. Al debutto furono invitate molte personalità del mondo artistico, tra cui G.B. Nappi, G. Antona Traversi e anche G. Ricordi, il quale scrisse una lusinghiera recensione dell'opera (Gazzetta musicaledi Milano, 15 ott. 1896), un'azione pastorale in due atti su libretto di Maria Rossi Bozzotti, zia del compositore. In seguito l'opera non fu più rappresentata per intero: solo una Pastorale e un Valzer da essa estratti furono successivamente eseguiti in concerto con altre nuove composizioni dell'autore.
I consensi avuti con questa prima opera persuasero lo G. a intraprendere un progetto più ambizioso; ispirandosi all'Orestea di Eschilo, scrisse, in collaborazione con L. Illica, il libretto per una tragedia in musica, Cassandra. Lavorò alla partitura tra il 1902 e il 1903; una volta finita, presentò l'opera a G. Ricordi, che non sembrò molto interessato alla pubblicazione; grazie però all'intermediazione di Serafin, Cassandra arrivò nelle mani di A. Toscanini, che ne rimase tanto entusiasta da volerne dirigere la prima esecuzione, avvenuta al teatro Comunale di Bologna il 5 dic. 1905.
Malgrado gli interpreti d'eccezione, l'opera ebbe un successo incerto. Non piacque, per esempio, lo stile "tedesco" che i critici ravvisarono nell'opera, l'uso di scale musicali elleniche e l'impiego costante dello stile severo in alcune sezioni polifoniche. I giudizi negativi non ebbero grande risonanza fino a quando non si schierò fra gli avversari dell'opera lo stesso Toscanini, che non volle più dirigereCassandra né altre opere dello Gnecchi. Tuttavia l'opera, malgrado il tiepido successo, divenne oggetto di un dibattito di livello internazionale, che ebbe inizio nel 1909 con un saggio dal titolo Telepatia musicale (Tebaldini, Rivista musicale italiana), scritto subito dopo la prima rappresentazione dell'Elektra di R. Strauss (Dresda, 25 gennaio). Nel saggio Tebaldini cercò di dimostrare come traCassandra e l'Elektra vi fossero numerose analogie di natura musicale, corredando l'articolo con dieci tavole che ponevano a confronto una cinquantina di temi delle due opere. L'articolo suscitò discussioni vivissime in Italia e specialmente in Germania, dove difensori di Strauss quali Rudolf Hartmann ed Ernst von Schuch sostenevano che le analogie evidenziate dal Tebaldini erano piene di errori d'interpretazione. La disputa si fece più accesa quando si seppe che lo G. aveva inviato lo spartito della Cassandra per corrispondenza a Strauss (il quale lo avrebbe ringraziato in una lettera dell'agosto 1905, nella quale assicurava di aver già iniziato la lettura dell'opera) e che una seconda volta aveva personalmente consegnato lo spartito il 22 dic. 1906 al teatro Regio di Torino, in occasione della prima rappresentazione italiana di Salomè, diretta appunto da Strauss. A queste insinuazioni Strauss replicò affermando di non aver mai preso visione dello spartito di Cassandra né di averne mai ascoltato la musica in teatro o altrove.
Nel 1910 W.S. Mengelberg diresse il prologo di Cassandra al conservatorio Verdi di Milano; l'esecuzione ebbe un completo successo, come testimoniano numerosi articoli apparsi subito dopo la rappresentazione. L'opera fu eseguita con esito favorevole il 29 marzo 1911 alla Volksoper di Vienna e il 16 nov. 1913 al teatro Dal Verme di Milano. Lo stesso anno andò in scena a Filadelfia, negli Stati Uniti, ma i critici, ignari della polemica già in atto in Europa, accusarono lo G. di plagio; solo in seguito alcuni di essi smentirono tali affermazioni dando alle due opere la giusta successione cronologica.
Lo screzio con Toscanini e la polemica con Strauss furono causa in Italia di un completo ostracismo nei confronti delle opere dello G., mentre in Germania e in Austria la sua musica trovò un ambiente più favorevole. Lo stesso Hartmann, che all'inizio gli era stato ostile, lamentò che lo G. fosse stato escluso dalla rosa dei compositori italiani invitati alla Mostra del Novecento musicale italiano organizzata a Bologna nella primavera del 1927 (cfr. Hartmann, Und V. G.?, inSignale für die musikalische Welt, LXXXV, 23 apr. 1927). Cassandra, per esempio, non venne mai rappresentata alla Scala di Milano: proposta per il cartellone del teatro solo nel 1931, fu poi sostituita dall'Elektra di Strauss. Lo stesso Ricordi, che dopo i primi successi aveva acquistato i diritti su Cassandra, tenne l'opera chiusa in un cassetto per cinque anni, trascorsi i quali finalmente lo G. poté tornare in possesso dello spartito. L'opera girò allora i maggiori teatri stranieri: fu rappresentata in Cecoslovacchia (5 febbr. 1925) e in Germania (a Dortmund, 6 dic. 1925; a Dessau, 8 marzo 1927; a Karlsruhe, 11 maggio 1928; a Barmen, 25 maggio 1928; a Elberfeld, 25 maggio 1928; e infine a Vitten, in Renania, in forma di oratorio, 22 genn. 1933), ottenendo entusiastici consensi. La questione della natura delle analogie tra Cassandra e Elektra restò comunque in sospeso. Il 28 genn. 1933 furono eseguiti il prologo di Cassandra e il Poema eroico, altra opera dello G., nella sala del conservatorio di Milano; la critica si mantenne ostile nei confronti dello G.; considerato altrove come un innovatore, fu definito a Milano "dilettante".
Nel frattempo lo G. aveva finito di comporre un'altra opera: La Rosiera, un idillio tragico in tre atti, di cui scrisse anche il libretto, tratto da On ne badine pas avec l'amour di A. de Musset, in collaborazione con C. Zangarini. Finita di comporre nel 1908, e stampata nel 1910, l'opera non trovò consensi fra gli editori e gli impresari italiani; soltanto diciassette anni dopo, il 12 febbr. 1927, si ebbe la prima rappresentazione de La Rosiera al Preussisches Theater di Gera, in Germania. In seguito fu rappresentata con successo anche in Cecoslovacchia, a Vienna, in Olanda e, infine, il 25 genn. 1931 apparve sulle scene italiane al teatro Verdi di Trieste. Il 5 giugno 1932 venne eseguita anche a Ravenna.
La città che diede allo G. maggiore considerazione artistica fu Salisburgo, dove furono eseguite quasi tutte le sue opere, molte delle quali in prima esecuzione assoluta. Qui, nell'estate 1934, fu eseguita la sua nuova composizione Cantata biblica, tre preludi e tre parti per canto e pianoforte con recitativo in latino, dedicata ad Adalberto di Savoia (Milano 1939). A Salisburgo lo G. dedicò la Missa Salisburgensis (soprano, baritono, coro e grande orchestra), eseguita per la prima volta nel duomo della città il 4 ag. 1935. Furono eseguiti inoltre a Salisburgo:Adagio cantabile (pezzo sacro per strumenti ad arco e organo, 1931); Salve, Regina! (mottetto per soprano solo, coro e orchestra, Milano 1932); Atalanta(Mozarteum 1949; Milano, teatro Lirico, 1929), balletto sinfonico di danze greche dal poema di R. Nicolaj; infine la fantasia biblica Judith (tragedia in tre atti in forma di oratorio su libretto di L. Illica; Milano s.d.): la partitura, dedicata "Alla città di Mozart", fu eseguita al Mozarteum il 16 dic. 1953.
Lo G. morì a Milano il 5 febbr. 1954 e la sua morte ebbe echi vivissimi a Salisburgo, a Innsbruck e in tutto il Tirolo austriaco.





ROMEO GEROSA e PIER ADOLFO TIRINDELLI con GIUSEPPE VERDI in collezione Carlo Lamberti

Nella collezione musica e spartiti di Carlo Lamberti scopriamo una prima edizione del 1906 in cui viene notata la dedica del compositore Romeo Gerosa al grande melodista Pier Adolfo Tirindelli da Conegliano Veneto


Con le parole, torniamo all' amico Giuseppe Verdi, abbiamo la dimostrazione reale della grande ammirazione che il compositore monzese ebbe per il musicista parmense





Dalla collezione musicale Carlo Lamberti